Uso Esterno
Preparo una soluzione alcoolica di minoxidil solfato al 5%.
D’estate, col caldo, si scioglie prima, non ci sono cristalli in sospensione.
Peso con attenzione, guardo la sostanza che scivola dalla cartina sul piatto e alterno lo sguardo al display della bilancia.
Mi rilasso, questa era la parte difficile, posso procedere meccanicamente, secondo routine.
Subito penso a lei, mentre preparo il cilindro da 100 ml con acqua e alcool.
Subito la sento, mi piace questa emozione.
Questa sensazione l’ho decodificata da tempo: sì, è amore. Ho voglia di starle vicino, abbracciarla, baciarla, anche solo desiderare di farlo. Con gli anni è diventato tutto più forte, ma anche più difficile.
Penso alla nostra discussione.
L’empatia cognitiva è carente.
Parlo per me.
Me ne accorgo tardi.
Rileggo quello che è successo, una volta, due, dieci. All’improvviso compare qualcosa che prima non vedevo: uno sguardo, un silenzio, una frase che non diceva quello che avevo capito io.
A quel punto è già successo tutto.
Non si torna più indietro.
Non si aggiusta più.
Per questo sono sempre molto cauto.
Cauto, da cautus (accorto, attento), participio passato del verbo latino cavēre: guardarsi da, stare in guardia. Un atteggiamento di prudenza, attenzione e circospezione per prevenire danni, pericoli o errori.
“Cave canem“ — Attento al cane.
L’ho letto sui cancelli un po’ ovunque. Il cane, in quelle figure, è quasi sempre lo stesso: nero, minaccioso, le orecchie dritte, i denti scoperti, pronto a saltare.
Stai attento al cane.
Sei avvertito.
Io vivo così.
Succede.
E succederà ancora.
C’è sempre qualcosa che per gli altri era evidente e che io vedo solo dopo.
Quando lo vedo, cambio processo a me stesso.
Egoista.
Insensibile.
Approfittatore.
Sensi di colpa forti, da dolore addominale, sofferenza.
Ma io sono davvero così?
Oppure questa è la ricostruzione che faccio dopo, quando ormai il danno è fatto?
Un manipolatore che riesce a nascondersi perfino a se stesso.
Mi metto sotto processo.
Ogni volta.
“Non ne cavo piede” e mi viene in mente un piede in una tagliola.
Un meccanismo semplice che genera complessità, dolore e mancanza di libertà; quel senso di essere stato stupido a incastrarmi da solo.
È giusto allora avere dolore, così impari.
Ma questo meccanismo cattolico della giustezza del dolore, se c’è colpa, non mi è mai andato giù.
Ma non imparo.
Quando questo corto circuito accade in amore, nelle relazioni, nella passione, le conseguenze sembrano definitive.
Sapere di essere nello spettro autistico, livello 1, e dirlo apertamente, non impedisce che accada.
Non restituisce quello che è andato perduto.
Almeno questa volta.
Stavolta è davvero irreparabile.
Non so reagire.
Ho sentito la sua sofferenza.
Ora sento la mia.
Metto tutto in soluzione, chiudo bene.
Etichetta.
Scadenza.
Uso esterno.


